Tropea, cenni di storia 

(testo di Bruno Cimino)

 

Le origini di Tropea affondano nella notte dei tempi. Difficile, se non impossibile, stabilire chi furono i primi abitatori, da dove provenissero e chi la battezzò con il nome riportato in vari testi antichi. Su talune pubblicazioni si presenta come Trophaea o Trofaea, nome che significherebbe "trofeo"; su altre leggiamo Tropis, che vuol dire "carena di nave", e questo ci farebbe pensare ad una zona importante per la costruzione delle navi, ma anche Tropos che vuol dire "rivolgimento meteorologico", ovvero un ritorno dei venti. Su tale ipotesi possiamo ben dire che la citazione di Torquato Tasso nella Gerusalemme Conquistata non è stata casuale o avventata, quando scrisse: << ... Di Taranto e di Locri ardita gente, d'Otranto e di Croton nulla distorna, o di Tropea, là v'è del mar corrente, rapido si rivolge indietro e torna>>. Verso l'anno 320 il papa Silvestro I (famoso per aver battezzato l'imperatore Costantino) nel "Liber Pontificalis" citò la Massa Tropeiana. E il Medio Evo ci tramanda Massa Tropea, nome col quale è probabile che si volesse indicare un'unione di piccoli centri abitati. In alcune località del nord Italia, la parola tropea (dialettale) assumerebbe i significati di "breve burrasca" e "sbronza".

Notizie sono arrivate ai nostri giorni anche dalla più lontana storia antica legata alla mitologia greca che non solo spiegherebbe l'etimo del nome, ma addirittura ci rivelerebbe il nome del fondatore. Da tale fonte ebbero ad attingere molti celebri studiosi di storia antica quali Plinio il Vecchio, di cui ricordiamo la "Naturalis Historia", Vito Barrio (nato a Francica (VV) che scrisse "De antiquitate et situ Calabriae" (libri V, Roma 1571), e Luigi Grimaldi che, rifacendosi in particolare all'epitome della "Cassandra" di Licofrone (ove si legge che Giunone era chiamata Tropea e Giove Tropeo), asserì che Ercole, figlio di Giove e di Alcamena, essendo stato allattato e di conseguenza tenuto invita da Giunone, volle erigere una città per dedicarla alla sua nutrice, chiamandola appunto Tropea. Tale riferimento, della cultura e storia greca, ci ricorda che anche in Grecia si trova un piccolo centro che si chiama Tropea, situato nella regione dell'Arcadia sulle alture del Peloponneso.

Ma di fondatori cui attribuire una paternità ne esisterebbero molti altri. Costantino Làscaris (umanista greco nato a Costantinopolis nel 1434), la vuole fondata da Publio Cornelio Scipione soprannominato l'Africano, il quale, dopo la conquista di Cartagine avvenuta nel 209 a.C., sulla via del ritorno per Roma, giunto in questi siti, ordinò la costruzione di una città che battezzò Tropea, nome che spiegherebbe l'offerta di un trofeo agli Dei quale tributo di riconoscenza per averlo assistito nella vittoria. Padre Criscenti (cittadino di Tropea e autore de "Libri IV fastorum civitatis Tropaeae" e "Descrizione della città di Tropea" scrisse: <<Scipio post rediens, Africa virtute subacta, eriger hic voluit clara Trophaea sibi, nomine mutato postac dixisse Tropaeam. Sive ut referunt alii, Pompeius, Caesare victo, navalli in bello, hoc portu Trophaea tulit>>. Più o meno, con le stesse motivazioni, Luca Holstenius (storico tedesco 1596-1661) e Aulo Giano Parrasio (umanista e giurista di Cosenza 1470-1522), credono che fosse stata costruita da Sesto Pompeio, il quale per propiziarsi il favore degli Dei nella lotta contro Ottaviano Augusto, a loro dedicò la costruzione di una città-trofeo. L'abate Francesco Sergio (storico del sec. XVII), cittadino tropeano, nel suo famoso manoscritto del 1720 "Chronologica collectanea. De civitate Tropea, ejusque territorio. Sive eorundem chronicorum. Libri tres. Deprompti ex nonnullis gravibus auctoribus", parlando delle origini si affida alle opinioni tramandate da Làscaris, Strabone e Dionisio d'Alicarnasso, concordi nell'affermare che Tropea fosse quella Portercole fondata da Ercole. Lo stesso abate scrive ancora che, in seguito, Scipione l'Africano la chiamò Postropea e di nuovo, Cesare Ottaviano, Tropea.

Altri scrittori, tra cui il gesuita Antonio Barone, storico nato a Tropea nel 1804, indicarono come probabili fondatori della città, gli Ausoni, gli Enotri, gli Osci. E c'è stato inoltre chi ha sostenuto che Tropea e Portercole fossero due località distinte, e ciò perché la seconda, in lingua denominata Forum Herculis, era un centro istituito per il governo della flotta romana, quindi di una tale importanza strategica da avere sul posto uffici amministrativi, commerciali e giudiziari che non potevano dipendere dalla città di Tropea. Dello stesso parere dovette essere il cronista di Polistena G. Marafioti che, nelle "Croniche et antichità di Calabria" scrisse: <<Poco lontano da Porto Ercole, volgarmente detto "Le Formicole", c'è Tropea, città nobile ed antica>>. Sotto il periodo augusteo Tropea faceva parte della X Regione della repubblica romana e quasi sicuramente il governo della città era gestito dai ceti dell'alta aristocrazia, o particolari categorie della collettività, che tramite i loro parlamenti (università) eleggevano i due Sindaci (duumviri), ed i Curiali , con incarichi amministrativi e giudiziari. Con la caduta dell'impero romano d'occidente e con l'avvento dell'impero bizantino, sino all'epoca feudale, dal punto di vista governativo Tropea non solo conservò il vecchio sistema (anche se ai Curiali si sostituirono i Nobili), ma per particolari referenze acquisite nel tempo e sempre più ampiamente riconosciute e consolidate, addirittura durante il feudalesimo, la città ebbe il privilegio di dipendere direttamente dalla corona senza avere un feudatario.

 

Sotto il dominio bizantino, quando l'imperatore Giustiniano incaricò il generale Belisario (presumibilmente intorno all'anno 534) di combattere gli Ostrogoti, questi, ritenendo Tropea un punto strategico per la sua missione, decise di darle una maggiore difesa a levante dove sorgeva il castello, e ordinò di fortificare quelle mura che ancora oggi sono chiamate "mura di Belisario".

Gli anni più fecondi per la fantasia degli scrittori interessati a ricordare particolari avvenimenti della vita tropeana furono quelli che videro gli Arabi alla conquista della Sicilia (827-902), quando, cacciati i Bizantini, vi si stabilirono e la dominarono per oltre un secolo e mezzo. Quasi sicuramente, anche se per un breve periodo, questi, meglio conosciuti con il nome di Saraceni, si imposero come governanti della città di Tropea. A loro, per esempio, viene attribuita la costruzione della Torre Lunga del castello. I saraceni erano molto numerosi, militarmente forti con imbarcazioni veloci e bene equipaggiate. Abituati a saccheggiare e ad opprimere, come vandali della peggiore specie, scorrazzavano per terra e per mare in cerca di bottino e spesso ritornavano a Tropea riuscendo ad infiltrarsi dentro le mura per rubare e saccheggiare. Capitò anche, qualche volta, che i tropeani ingaggiassero scontri terribili uscendone vittoriosi e facendo diversi prigionieri che diventavano motivo per un giorno d'allegria, organizzato per schernire gli infedeli mussulmani. Ma la migliore occasione per sfogare l'odio contro i saraceni si ebbe a seguito della guerra di Lepanto, organizzata dalle varie potenze europee contro l'impero Turco, alla quale partecipò il trentenne colonnello Gaspare Toraldo (di origini tropeane), il quale ebbe, per ordine dell'arciduca Giovanni d'Austria, il comando di cinquemila fanti. Il giovane militare salpò sulla galera "Pasqualiga" precedendo la flotta Pontificia, sei galere napoletane e tre maltesi che il 18 luglio 1571 fecero sosta nel porto di Tropea. Il 7 ottobre dello stesso anno, il valoroso Toraldo fu il primo ad attaccare le navi nemiche facilitando la strategia degli alleati per la vittoria finale.

Con l'investitura di Roberto il Guiscardo a Duca della Calabria e della Puglia, ad opera del Papa Leone IX, si conclude la presenza bizantina ed inizia il periodo dei normanni destinato a lasciare, sino ai nostri giorni, tangibili prove di una ricca ed operosa reggenza. Di tale epoca, ossia del basso medioevo, Tropea, (che, ricordiamo, visse anche sotto la dinastia sveva, angioina ed aragonese) conserva un ricordo sicuramente meno frammentario.

Vari episodi, opere d'arte e personaggi celebri, ce la tramandano come una città fiorente, completa di strutture che caratterizzeranno da lì a poco la vita feudale dei Comuni. Cinta da mura, che in parte erano state costruite per le note vicende belliche, disponeva, secondo le notizie dell'abate Francesco Sergio, della Porta Vaticano difesa dal Bastione omonimo e costruita, secondo l'autore, da D. Mario Fazzari Seniore, in sostituzione della Porta di S. Caterina (demolita nel 1500). Questo era l'unico accesso da ponente tramite ponte levatoio, abolito, poi, nel 1822, mentre il Bastione

venne demolito nel 1875. A difesa della Porta di Mare, situata a levante, anch'essa munita di ponte levatoio, che garantiva l'accesso dalla marina del Vescovado, c'era il Bastione delle Munizioni più volte riarmato con artiglieria pesante per fronteggiare non solo le incursioni saracene o le minacce di nuovi aspiranti al Regno, ma anche per respingere le rivolte dei villaggi vicini in grado di assediare e mettere in seria difficoltà i tropeani. Intorno al 1927, per facilitare alcuni lavori della Cattedrale, si decise di demolire il Bastione delle Munizioni, il cui ponte levatoio era già stato messo fuori uso sei anni prima..

 

La città disponeva inoltre della Porta Nuova, costruita dall'ingegnere D. Emenegildo Sintes, dopo il terremoto del 1783. A proposito di catastrofi naturali, oltre ai diversi terremoti che causarono morte e danni irreparabili agli edifici più antichi, una sorta di diluvio, nell'anno 1872, si abbatté sul luogo per diversi giorni provocando lo smottamento di una imponente massa di roccia e terreno argilloso dove vi era il villaggio di Alafito. Lo straripamento trascinò il piccolo centro a valle (sotto l'attuale comune di Zaccanopoli) e, inghiottito dalla furia delle acque che correvano verso il mare, scomparve per sempre.

Tra le Torri spiccava quella maestra adornata dallo stemma della città e innalzata per ordine del re cattolico Ferdinando d'Aragona, e la Torre Lunga che, quando avanti negli anni venne demolita, risultò essere stata costruita su di un sepolcreto cristiano risalente al III secolo, e per questo la sua costruzione si attribuì agli Arabi. Il castello, costruito nel punto più alto della città, ben difeso dal Bastione delle Munizioni, fu un ottimo riferimento per la difesa. Di questa fortificazione usufruirono, per differenti motivi, il conte Ruggero nel 1094 (fratello di Roberto), la duchessa Sichelgaita (moglie di Roberto il Guiscardo), Alfonso II d'Aragona che (scrisse Michele Paladini) era venuto da Napoli su di un brigantino per rifugiarsi e vi rimase circa tre mesi, Gioacchino Murat il 31 maggi 1810 e re Ferdinando II che, dopo averla visitata il 14 aprile 1833, la scelse come meta preferita per i suoi periodi di riposo, infine Carlo V, di ritorno dall'Africa, al quale viene attribuita la costruzione del convento della Santissima Annunziata.

Quello di Alfonso II d'Aragona fu un soggiorno lungo e onorato dai tropeani, già fedelissimi del vecchio regno normanno-svevo dal quale la città acquisì i maggiori privilegi; tale permanenza, però, la si dovrebbe definire "scappatoia" verso un rifugio sicuro, a causa della rivoluzione che scoppiò a Napoli dopo la discesa di Carlo VIII d'Angiò, avvenuta nel 1494, il quale non si era mai rassegnato alla perdita del regno (nel 1442). Il re aragonese esaltò Tropea e i suoi cittadini per essere stati gli unici in tutto il regno a rimanergli fedele. E nella "Cronica del Regno" così vi rese testimonianza: <<Cum totum fere regnum a Regia fide decessisset, sola Tropea sub fidelitate remansit>>.

Tra le innovazioni più significative apportate dai Normanni e che cambiarono il tessuto sociale e religioso della città, risalta la fine del rito greco e l'inizio di quello latino. Ciò accadde nel 1094 con la sostituzione del vescovo Kolakirio a favore di Giustino. La cattedrale e tutto il Vescovado, già esistenti, furono, anch'esse per volere dei Normanni, rinnovate ed ampliate. L'impronta artistica, ossia lo stile voluto da questo popolo per gli edifici religiosi, era destinato a conservarsi ... per sempre.

Singolare fu il rapporto intercorso tra Tropea e i regnanti, improntato ad una fedeltà "cieca", che permise ai cittadini di ricevere riconoscenza, meriti e benefici quasi impensabili per altre città, via via ratificati dai vari successori. A tale proposito l'abate Sergio e con maggiori dettagli Alessandro Campisi (nato a Tropea nel 1642, autore del manoscritto Collectanea Chronologica Civitatis Tropaeae), annotarono: "Fedele ai Romani, Tropea non temé di essere abbattuta da Annibale; fedele ai Greci, meritò d'essere liberata dai Saraceni da Niceforo Foca, generale dell'imperatore Basilio; fedele al conte Ruggiero (Duca di Puglia e di Calabria), fu da questo conservata e migliorata; fedele a Carlo I resisté a Pietro d'Aragona dopo il Vespro Siciliano, non curando assedio ed altro". E fu grazie agli innumerevoli "occhi di riguardo" che Tropea ebbe la fortuna di essere inclusa, nel 1743, tra le 50 città demaniali del Regno di Napoli e, quindi, ad avere una amministrazione propria, a dipendere solo dal sovrano e usufruire così di molti vantaggi economici e politici.

Le particolari condizioni accreditate alla città, la celebrità di cui godeva, la sicurezza che garantiva per essere una ottima fortificazione difensiva, ed il suo vasto territorio, erano alcune tra le caratteristiche che attiravano non pochi acquirenti, interessati ad ingrandire i propri feudi. Ciò poté verificarsi, così come accadde per Tropea, nel 1600 durante la dominazione spagnola, quando una profonda crisi economica fece vacillare le finanze dei regnanti, i quali ordinarono "per soccorrere ai bisogni del Regno" anche la vendita di intere città. Fu questa una ghiotta occasione per Vincenzo Ruffo, principe di Scilla, che si offrì nel 1606 quale acquirente della città di Tropea offrendo la cifra di 191.041 ducati, con la specifica motivazione (registrata nell'atto di vendita): "di soccorrere i Presidi di Toscana".

 

I cittadini, non appena furono informati di essere stati "acquistati", vissero momenti di panico e sicuramente non avrebbero esitato ad impugnare le armi contro l'ignobile mercenario se, tra di essi, non vi fossero stati gli illustri concittadini Aloisio De Lauro e Ferdinando D'Aquino, entrambi uomini di legge che, spronati dall'orgoglio e dall'amore per la propria città, si attivarono per l'annullamento della vendita. E' sempre il Campese a ricordarci che: "il primo si recò in Spagna da Re Filippo III d'Austria ed il secondo a Napoli dall'abate Tommaso Pelliccia per mediare un incontro con il viceré D. Pietro Fernandez de Castro conte di Lemos, favorevole, costui (si scoprì in seguito), alla vendita".

La pregevole diplomazia ed eloquenza dei due tropeani, ebbe il risultato auspicato: l'atto che avrebbe dovuto ratificare la vendita presso il Supremo Consiglio non ebbe seguito: con regio rescritto il principe di Scilla venne liquidato con la somma di 218.041 ducati.

Tra le carte che documentano le perizie di questa vicenda ne rimane una molto utile per conoscere la situazione cittadina di quel tempo. Si tratta di una perizia redatta, da un certo Giulio Fontana, per stabilire il valore di quella compravendita. L'annotazione, abbastanza recente, è dell'ingegnere Riccardo Toraldo di Francia, il quale in una sua pubblicazione sulla Città di Tropea scrisse:

"La popolazione di Tropea comprendeva 1276 fuochi, che alla media di 4 componenti ogni fuoco corrispondeva a 5.104 abitanti. Essi erano così suddivisi: 300 gentiluomini, fra i quali due baroni e otto feudatari; 300 cittadini viventi nobilmente (cioè di rendita); 30 dottori in legge; 6 medici;

6 farmacisti; 12 fondachi di marcanti (grossisti); numerosi artigiani e pescatori. In quell'epoca la città godeva di un vasto territorio, grazie anche ai 23 villaggi limitrofi che amministrativamente dipendettero da Tropea sino al 1799. Questi erano: Parghelia, Alafito, Zaccanopoli, Fitili, Dafinacello, Dafinà, S. Giovanni, Zambrone, Drapia, Gasponi, S. Domenica, Ciaramiti, Brattirò, Caridi, Carciadi, Spilinga, Panaia, Lampazzoni, Barbalaconi, Ricadi, Orsigliadi, Brivadi e S. Nicolò.

 

A volte accadeva che alcuni di questi villaggi, sottoposti al pagamento delle tasse, evidentemente insostenibili, insorgessero contro Tropea con incredibile violenza, tanta era l'esasperazione, da tenerla in assedio per diversi giorni, nonostante la ben conosciuta fortificazione difensiva della città. Queste sporadiche rivolte si attenuarono con l'avvento della Repubblica Partenopea (1799). E fu il generale Jean Étienne Championnet a disegnare la nuova mappa politico-amministrativa dei luoghi, seguendo le direttive di Giuseppe Napoleone che decise di dividere il Regno in Provincie, Distretti e Governi. Il 4 maggio 1811 vennero istituiti i Comuni ed i Circondari: Tropea assunse il ruolo di capo del Circondario ed ebbe giurisdizione sui soli centri urbani di Parghelia, Zaccanopoli, Drapia, Gasponi, S. Domenica e Ricadi. Tale assetto amministrativo venne rivisto appena cinque anni dopo con l'ordinamento borbonico, che sostituì qualche villaggio e ne aggiunse qualche altro.

Ulteriori variazioni furono stabilite dopo l'unità d'Italia e durante il fascismo.

 

Il periodo che va dalla Prima alla Seconda guerra mondiale è tra i più infelici della storia moderna, se non altro per il disastro economico causato dall'evento bellico. Molte famiglie tropeane in quegli anni scelsero la via delle Americhe alla ricerca di un lavoro e di una vita dignitosa.

La fragile ripresa economica, che negli anni cinquanta interessò l'Italia, escluse il sud della penisola, la Calabria in particolare fu una di quelle regioni dove la "questione meridionale" divenne solo un argomento di confronto politico tra i vari partiti. Se nel secondo millennio Tropea gode di

una grande popolarità e anche di una discreta salute economica grazie all'industria del turismo ciò è dovuto essenzialmente ai sacrifici dei cittadini e ai mezzi di comunicazione, quindi senza raccomandazioni o favoritismi governativi: viaggiatori comuni, giornalisti, letterati e scienziati l'hanno scoperta per caso, ne hanno così divulgato le bellezze del mare, l'amenità dei luoghi, l'ospitalità dei residenti, le tradizioni e le potenzialità culturali, presupposti essenziali per essere acclamata capitale del turismo.

 

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